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mercoledì 23 luglio 2014

Giustizia, da Renzi parole in libertà

di Angelo Cannatà 

È incredibile come Renzi possa fare e dire tutto (e di più). Il patto del Nazareno contiene forti anomalie. I contenuti sono segreti: è compatibile ciò con la democrazia? L’accordo è siglato con un condannato ai servizi sociali: in quale Paese al mondo è mai accaduta una cosa simile? Oggi rincara la dose. Dice che il patto col Caimano sulle riforme sarebbe andato avanti anche senza l’assoluzione. Non si tratta solo della sicurezza di un leader. C’è qualcosa di più: l’arroganza; il primato della politica (la sua) sull’etica e la giustizia; il delirio d’onnipotenza. 

Che vuol dire: “mantenevo la parola anche se Berlusconi fosse stato condannato”? Significa – se le parole hanno un senso – “ho chiuso gli occhi sulla frode fiscale, avrei fatto lo stesso per la concussione al pubblico ufficiale e la corruzione di minorenne”. È gravissimo. 

Viene posto il principio che qualsiasi cosa abbia compiuto (o compia) il Caimano, si va avanti. L’urgenza di riformare la Costituzione con un simile figuro – Perché con lui? Perché adesso? Perché in fretta? – viene prima di tutto. Non importa se centinaia di migliaia di cittadini non sono d’accordo, se non condividono né l’interlocutore né il progetto. Vale solo la volontà di agire, di riuscire dove altri hanno fallito. Non conta con chi si scrivono le riforme (e come). Basta farle. Nel Pd c’è dissenso? Nel Paese c’è una raccolta di firme? “Cosa vogliono, ho il 40,08%”. Renzi non si ferma. È così. Ma una domanda sorge spontanea. 

Il diritto e lo Stato nel Paese delle Meraviglie


di Giuseppe Panissidi
Non è un mondo per bambini. "Che roba! Roba dell'altro mondo! Tutto il mondo, oggi, è roba dell'altro mondo! E pensare che fino a ieri le cose avevano un capo e una coda!”, esclama Alice. Ma non è neppure un mondo per adulti, qualora salti ogni criterio di rilevanza, declinata nel doveroso rispetto delle più elementari regole logico-linguistiche. Che, nel Paese di Alice, vengono “istituzionalmente” violate. 

In Italia e fuori, ora riecheggia una domanda: è uno scherzo? E’ uno scherzo l’assoluzione in Appello di un ex premier, malgrado la “confessione” della sua difesa, che una Corte di Giustizia, mentre assolve, sembra non condividere. Uno scenario davvero intrigante. 

Nella grottesca “notte degli imbrogli e dei sotterfugi” di manzoniana memoria, un primo ministro chiama un ufficio dello Stato per sollecitare il rilascio di una minore, conosciuta come tale, evidentemente. Ché, se maggiorenne, il problema non si sarebbe neanche posto. Per un matrimonio che… s’ha da fare, per quel “lieto fine” di cui ironicamente parla Leonardo Sciascia, in riferimento all’Italia-“sistema di don Abbondio”, illuminante saggio di Angelandrea Zottoli, or è quasi un secolo. Un sistema che significativamente vede don Abbondio, ancorché immutato, “unico vincente”, mentre Renzo e Lucia ripartono e la Provvidenza incassa qualche consolatoria e simbolica crisi di coscienza. 

Nel rapido corso del giudizio d’impugnazione, la difesa attribuisce la frenetica reazione di quell’ufficio al “timore reverenziale” suscitato, appunto, da quell’altissima carica dello Stato. Più che giusto, non si sarebbe potuto dire meglio. La Corte condivide? Se non ché, “timore”, lungi dal concretare una categoria linguistica e psicologica neutra e insignificante, denota uno specifico “stato d’ansia e di turbamento”, che, non v’è dubbio, può derivare anche dal naturale “sentimento di soggezione” rispetto a un alto e potente interlocutore, se telefonico o meno non importa. Da qui, tutta l’agitazione psicomotoria di quella notte. 

martedì 22 luglio 2014

Salviamo i valori dell’Italia nata dalla Resistenza

di Paolo Flores d’Arcais, da il Fatto quotidiano, 22 luglio 2014 
Ho aderito subito con entusiasmo alle 10 proposte “aperte” lanciate dal Fatto Quotidiano. Con entusiasmo, perché l’iniziativa voluta da Antonio Padellaro, Marco Travaglio e Peter Gomez riprende la più nobile tradizione del grande giornalismo americano dall’epoca di Thomas Jefferson: l’impegno politico diretto delle testate democratiche. Allora, perché ancora inesistenti i grandi partiti politici rappresentativi, oggi in Italia perché ormai autoreferenziali, “rappresentativi” solo del kombinat affaristico-politico-corruttivo che caratterizza innanzitutto e per lo più l’establishment del nostro paese. 

Esiste certamente un’opposizione parlamentare, che si esprime in sostanza esclusivamente nel Movimento 5 Stelle, il cui carattere ondivago e la cui struttura organizzativa e comunicativa “proprietaria” si sono però dimostrati deleteri di fronte alla potenza della tenaglia messa in atto dal patto Renzi-Berlusconi propiziato dal lord protettore del nuovo regime: Giorgio Napolitano. 

In questa situazione, del resto, che nel servo encomio dei media verso il governo vede ormai la normalità, il giornalismo-giornalismo, proprio per essere tale, imparziale (che è cosa diversissima da equidistante) e soggetto solo alle “modeste verità di fatto” (senza il rispetto delle quali, ammoniva Hannah Arendt, ci si è già incamminati sulla via del totalitarismo) deve farsi anche, e sempre più spesso, direttamente agire politico. 

lunedì 21 luglio 2014

Renzi ci sta portando nell'Inferno del TTIP

Così pochi giorni fa abbiamo udito le voci del ventriloquo uscire dalle bocche dei nostri governanti. L’ineffabile Renzi, colui che il più delle volte parla senza dire alcunché (è anche questa una capacità molto importante per i politici di oggi, ma bisogna dare a lui il merito di averla portata alle vette del sublime), stavolta, animato dal ventriloquo, ha detto qualcosa di concreto: che bisogna firmare subito il Ttip, il trattato internazionale di libero commercio tra Usa ed Europa. «E’ tutto a nostro vantaggio», ha detto il ventriloquo. «Sst!… Guerrino dorme, non risvegliamolo. Vorrei sbagliarmi, ma credo che ogni giorno di più dubita di non esistere, d’essere un’armatura piena di vento…» (Gesualdo Bufalino). Dice che venderemo più facilmente i nostri prosciutti e il nostro parmigiano agli americani. Finalmente. Allora ci metteremo tutti a produrre prosciutti e parmigiano, e cargo di prosciutti e parmigiano, e magari vino Chianti e Brunello partiranno per l’America, inondando le mense Usa e sostituendo hamburger, popcorn, cibi in scatola e in plastica di ogni genere e tipo.

Sos: il Tesoro accumula miliardi, teme il crac dell’euro?

Siamo venuti a sapere, da fonte interna e autorevole del ministero competente, che il Tesoro italiano sta accumulando una riserva di denaro liquido superiore al momento attuale ai 92 miliardi di euro – con l’obbiettivo di raggiungere i 150 entro fine anno – in vista del tracollo della valuta unica europea. Immagino non sia sfuggito ai più che Banca d’Italia abbia comunicato l’ammontare del debito pubblico, arrivato a 2.166,3 miliardi, e che il motivo dell’impennata sia anche da addebitare agli oltre 14 miliardi accantonati proprio dal Tesoro. Quasi quindici, per la precisione. Perchè? Perchè far crescere il debito per accantonare contanti? Che senso ha? Da notare che nel 2013 la scorta di liquidi di questa funzione centrale dello Stato era molto inferiore: 62,4 miliardi. Ebbene, in un anno è cresciuta del 50% dell’importo precedente. Non si tratta di aggiustamenti di cassa. Quelli, si contano con le virgole.

sabato 19 luglio 2014

CAMERON SFIDA JUNCKER: L'EUROPA E' FINITA ?

DI ROSANNA SPADINI
comedonchisciotte.org


Nel "Game of Thrones" della terra sterminata di Eurolandia si stanno addensando furiosi venti di guerra. In questa strana dimensione, che l’androide eurosapiens  conosce da troppo tempo, le regole che non hanno mai funzionato, non funzionano più. Ed ecco che con buona pace dei 28 premier europei, maggiordomi cloroformizzati dal potere imperante delle oligarchie finanziarie, è stato nominato nuovo Presidente della Commissione Europea  Jean-Claude Juncker, il coniglio dagli occhi mansueti e dal cuore volpino.


Lo aveva annunciato il 26 giugno scorso il presidente del Consiglio Europeo, Herman Van Rompuy, con 140 caratteri  su Twitter, nuovo organo istituzionale della “democrazia liquida” del villaggio globale.


Infatti la nomina è stata designata dal Consiglio Europeo con un voto a maggioranza di 26 Paesi a favore contro 2 contrari (Gran Bretagna e Ungheria). L'elezione di Jean-Claude poi è avvenuta il 15 luglio a Strasburgo, con un'ampia e forte maggioranza dell'Europarlamento (422 voti su 750).
Intanto dal Regno Unito, che sta registrando il tasso di occupazione al massimo storico (del resto loro non conoscono l'euro), il premier David Cameron ha lanciato il guanto di sfida sulla guanciotta del coniglietto dal cuore di volpe, or ora eletto alla presidenza della Commissione.
Dopo la fallimentare battaglia contro la sua nomina quindi  Cameron ha deciso di rimpastare il governo, cacciando i ministri eurofili dall'esecutivo. Trascorsa tra odi e vendette la “notte dei lunghi coltelli”,  Michael Gove non sarà più il ministro dell’istruzione e diventerà il nuovo chief whip, il capogruppo parlamentare del partito conservatore, mentre il segretario della difesa, l’euroscettico Philip Hammond, sarà il nuovo ministro degli esteri al posto di William Hague. Lasciano inoltre i loro uffici anche altri eminenti "europeisti" ora caduti in disgrazia, come Kenneth Clarke, Damian Green e David Willetts.
E se ciò non bastasse Cameron promette anche di indire un referendum l'anno prossimo per uscire al più presto dall'Unione Europea. La sfida quindi è partita e c'è chi giura che ormai l'Europa avrebbe i suoi bei giorni contati.

Granville: l’euro crollerà, ma il potere non lo ammette

Sono convinta che la zona euro finirà. Non conosco né l’ora né il momento, ma il rischio è che tale dissoluzione avvenga nel caos più totale, per colpa dell’accanimento ideologico della classe politica e del suo rifiuto di contemplare il fallimento politico costituito dal progetto euro. Con le elezioni europee del 25 maggio scorso, le popolazioni hanno inviato un messaggio chiaro a Bruxelles: gli europei non sono più disposti a rinunciare ulteriormente a quote della loro sovranità e vogliono rinegoziare le concessioni fatte in passato. La nuova Commissione e il nuovo Parlamento Europeo, però, non ascolteranno questa volontà di cambiamento. Il loro comportamento sarà tale da rendere inutile il voto dato agli anti-euro, che costruiranno una minoranza che sarà ignorata completamente. In funzione del mandato democratico, l’élite politica considera che nulla è cambiato e che, proprio per questo, ha tutto il diritto di continuare ad agire come se nulla fosse accaduto.
Credo che il principale problema con i partiti politici europei sia il fatto che non corrispondono più alla realtà della nostra epoca. La maggior parte non Brigitte Granvilleascolta la voce del popolo e il loro comportamento è più rappresentativo dell’epoca feudale che della modernità. Il modo in cui quell’élite politica viene formata e poi “eletta” non ha nulla di democratico se non il nome, poiché la scelta è circoscritta ad un’élite che conosce tutti gli ingranaggi della politica ma ignora le necessità economiche attuali. In Francia, ad esempio, molta della classepolitica si è formata all’Ena, il cui scopo iniziale era di selezionare alti funzionari di Stato, ossia persone in grado di eseguire e di mettere in atto le azioni decise da politici eletti e rappresentativi dell’opinione pubblica. Oggi questi alti funzionari si sono impadroniti del potere.

venerdì 18 luglio 2014

Ecco il modello Germania con cui Renzi vuol portare alla fame gli Italiani

Mario Monti, 20 gennaio 2013: «Noi ammiriamo la Germania e vogliamo imitarla in alcune riforme». Matteo Renzi, 17 marzo 2014: «La pretesa di creare posti di lavoro con una legislazione molto severa e strutturata è fallita, dobbiamo cambiare le regole del gioco: in questo senso abbiamo nella Germania il nostro punto di riferimento». “Fare come la Germania” è il mantra di tutti, fino al Jobs Act renziano. Storia: nel 2003 il socialdemocratico Schroeder ha smantellato i diritti sociali e tagliato gli stipendi ai lavoratori, per poter rilanciare un’economia basata interamente sull’export e quindi sul basso costo del lavoro. La riforma prende il nome da Peter Hartz, industriale della Volkswagen. Un genio? Fate voi: “Hartz ammette di aver corrotto i sindacalisti Vw ed evita 10 anni di carcere”, titolò di recente il “Sole 24 Ore”. Facile, no? Risultato: nel regno della Merkel dilagano i mini-job da 450 euro, che dopo una vita di lavoro danno diritto a una pensione di 200 euro mensili.
Sul sito “MeMmt.info”, Daniele Della Bona ripercorre i passaggi chiave del falso “miracolo” tedesco, basato sul doppio ricatto imposto ai lavoratori e ai Hartz, il padre delle riforme tedesche, ha corrotto i sindacatipartner europei, costretti alla politica di rigore per colpire l’industria nazionale e quindi smantellare la concorrenza industriale, dell’Italia in primis, così scomoda per la manifattura tedesca. Per Roland Berger, storico consulente di Berlino, la chiave delle riforme iniziate nel 2003 è stata «una liberalizzazione del mercato del lavoro», con stipendi rimasti al palo rispetto all’incremento della produttività, a tutto vantaggio del capitale industriale. «Poi è seguito il taglio dei costi del sistema sociale, l’aumento dell’ età pensionabile a 67 anni, la creazione di un segmento di bassi salari». Una confessione peraltro tardiva, rileva Della Bona nel post ripreso dal blog “Vox Populi”. Più tempestivo era stato lo stesso Schroeder, il cancelliere che regalò un maxi-sconto a Gazprom per poi essere profumatamente assunto dalla compagnia russa. Già nel 2005, al World Economic Forum di Davos, Schroeder ammise: «Abbiamo dato vita ad uno dei migliori settori a bassa salario in Europa».

VERSO UN'EUROPA UNITA E LIBERA (DA DERUBARE)

DI TONY CARTALUCCI
journal-neo.org

Quando i gruppi di potere che hanno creato e dirigono il programma della UE entrano in disaccordo con i suoi stati membri, diventa dolorosamente visibile la vera natura di questa organizzazione sovranazionale – un gruppo dittatoriale di potere che persegue cioè delle linee politiche locali dalle quali nessuno dei singoli stati membri trae vantaggio. Ad esemplificare ciò nulla potrebbe risultare meglio della disputa emersa per la realizzazione del gasdotto russo South Stream, pianificato per estendersi attraverso Bulgaria, Serbia, Ungheria e Italia.
Il gasdotto produrrebbe un largo numero di vantaggi per ognuna delle nazioni attraversate, nonché al mercato dell’energia degli Stati che si trovano al suo inizio e fine. Per le popolazioni e i governi di queste nazioni in posizione di maggior beneficio rispetto al gasdotto, l’affare si presenta come un attraente investimento a lungo termine.


Dall’altro lato, però, questo affare rappresenta una minaccia diretta per i gruppi di potere che hanno creato e attualmente comandano la UE: una minaccia ai loro disegni di persistente espansione ed egemonia della finanza d'impresa oltre i confini collettivi dell’attuale UE.
Per la forza dominante, la coesistenza e la collaborazione non sono nemmeno prese in considerazione tra le opzioni possibili, proprio per questo i vantaggi del gasdotto South Stream sfuggono a questa logica. Invece, questi gruppi di potere egemonici cercano di controllare i loro stessi gasdotti e mercati dell’energia da entrambi i lati, e questa tendenza può essere riscontrata su diversi fronti in sviluppo, incluso il progetto del gasdotto Southern Corridor, che avrebbe origine in Azerbaijan lungo il Mar Caspio. 
Sinan Ulgen, esperto in tema di energia e politiche estere del think tank Carnegie Europe (e supportato dal Governo degli Stati Uniti e da finanziamenti d’impresa), si è lamentato della disparità di atteggiamento tra la Commissione UE ed altri singoli stati membri UE; nell’articolo della Anadolu Agency (AA) titolato Russian South Stream gas pipeline divides EU”, [“Il gasdotto russo South Stream divide l’Unione Europea”, ndt] dichiara:
“…la maggiore preoccupazione della UE riguardo al South Stream è che il progetto possa incrementare la sua dipendenza dal gas russo. Lo scorso anno un terzo del gas consumato è stato fornito dalla Russia."

giovedì 17 luglio 2014

Le Riforme di Renzi: Made in P2

DI MARCO TRAVAGLIO
ilfattoquotidiano.it   

“Nei confronti del mondo politico occorre… usare gli strumenti finanziari… per l’immediata nascita di due movimenti: l’uno sulla sinistra… e l’altro sulla destra… fondati da altrettanti clubs promotori composti da uomini politici ed esponenti della società civile. Tutti i promotori debbono essere inattaccabili per rigore morale, capacità, onestà e tendenzialmente disponibili per un’azione politica pragmatistica, con rinuncia alle consuete e fruste chiavi ideologiche”. Così scriveva Licio Gelli nel Piano di Rinascita Democratica, elaborato intorno al 1976 con l’aiuto di alcuni “saggi” e sequestrato nell’82 a Fiumicino nel doppiofondo della valigia della figlia Maria Grazia. Ora, se andrà in porto la controriforma elettorale e costituzionale, sarà accontentato: a parte il rigore morale, la capacità e l’onestà, ormai fuori moda, avremo finalmente due partiti generalisti e “pragmatisti” – il Pd fa la sinistra e FI la destra – con programmi simili e molto “disponibili” (infatti governano e “riformano” insieme da tre anni; peccato per l’imprevisto dei 5Stelle). 


Quanto al Parlamento, il capo della P2 sfoderava una gamma di proposte davvero profetiche. “Ripartizione di competenze fra le due Camere” con due “nuove leggi elettorali diverse: per la Camera di tipo misto (uninominale e proporzionale secondo il modello tedesco)”; e – udite udite –“per il Senato di rappresentanza di 2° grado, regionale, degli interessi economici, sociali e culturali”. Uno spettacolare caso di telepatia vuole che proprio questo sia il “Senato delle Autonomie” inventato da Renzi & B: Camera elettiva, ma fino a un certo punto (l’Italicum, con le liste bloccate dei deputati nominati, rende il Piano di Gelli un tantino troppo democratico); e Senato con elezione di “secondo grado”, cioè con i consigli regionali che nominano senatori 95 fra consiglieri e sindaci.