FONTE: UTOPIARAZIONALE (BLOG)
Se vi chiedessi di esporre la miglior soluzione per risolvere l'attuale crisi economica, quasi certamente mi rispondereste che bisognerebbe far crescere l'economia in modo da creare lavoro, risolvendo così il problema della disoccupazione. A quel punto i consumi ripartirebbero e il sistema economico si rimetterebbe in moto. Fine della crisi.
Bene, se la pensate in questo modo iniziate a preoccuparvi: i mass-media hanno fatto un ottimo lavoro su di voi, avete imparato in maniera ineccepibile quello che dovevate imparare, pensate esattamente ciò che dovete pensare e ripetete a pappagallo la presunta verità utile al potere.
Vi assicuro che esiste almeno una soluzione di gran lunga migliore. Come faccio ad esserne sicuro?
Semplice, perché quella appena illustrata è la soluzione di cui abbisogna il capitale, la classica idea diffusa a Ballarò per intenderci, e dal momento che il capitale trae vantaggio dallo sfruttamento indiscriminato di esseri umani e di risorse, io già intuisco che quella di certo non può essere la soluzione ottimale, perché i capitalisti non guardano al benessere collettivo ma al loro egoistico interesse.
Non c'è bisogno di creare più lavoro, di lavoro ce n'è anche troppo, solo che è mal ripartito. C'è chi lavora 10 ore al giorno sabato incluso e chi è disoccupato.
Ultimi Post
giovedì 9 aprile 2015
mercoledì 8 aprile 2015
Nella corruzione siamo tanto bravi da non star dietro neppure a noi stessi
di Rossella Guadagnini
Italiani corrotti e contenti? A quanto pare sì. Se ne sono accorti in molti, se ne sono accorti in troppi. È un coro a più voci, per niente angelico. Stavolta tocca al settimanale tedesco "Der Spiegel" che ci dedica un servizio del corrispondente da Roma, Hans-Jürgen Schlamp, con un duro e motivato giudizio sul nostro Paese: collusi e impenitenti siam fatti così.
Basta scorrere le immagini a corredo per avere un panorama chiaro: Expo, Lupi, Mose, Orsoni sindaco con una gondolina in mano, Mafia Capitale con Carminati tra i carabinieri, Alemmano con Berlusconi che sostiene sorridendo il nuovo sindaco di Roma, una via piena di rifiuti non raccolti, il viadotto appena costruito e appena crollato ad Agrigento. Da aggiungere anche il caso Ischia-Cpl Concordia: da nord a sud della Penisola, il guaio è che non si riesce ad aggiornare i dati così rapidamente. In questo siamo tanto bravi da non star dietro neppure a noi stessi. A nulla sono valse le parole di Papa Francesco, a Scampia, sulla corruzione "che spuzza". Hanno fatto il giro del mondo, non delle nostre case evidentemente.
martedì 7 aprile 2015
La trentennale guerra al lavoro: dal rampantismo craxiano al Jobs Act
di Maria Mantello
Fashion Jobs Act
Renzi promette diritti e contratti a tempo indeterminato, ovvero la fine della precarietà. Ecco il nuovo miracolo promesso col Jobs Act. L’inglese fa trendy. Così perfino il termine jobs dal significato vago può diventare fashion. Fashion Jobs Act, lo si potrebbe chiamare, visto l’effetto illusionista da fascinazione ipnoide a cui mira.
Basterebbe forse qualche pizzicotto di realismo per svegliarsi e capire come stanno le cose.
Già perché il trucco c’è e si vede se non ci si strappano gli occhi per non vedere.
Renzi promette diritti e contratti a tempo indeterminato, ovvero la fine della precarietà. Ecco il nuovo miracolo promesso col Jobs Act. L’inglese fa trendy. Così perfino il termine jobs dal significato vago può diventare fashion. Fashion Jobs Act, lo si potrebbe chiamare, visto l’effetto illusionista da fascinazione ipnoide a cui mira.
Basterebbe forse qualche pizzicotto di realismo per svegliarsi e capire come stanno le cose.
Già perché il trucco c’è e si vede se non ci si strappano gli occhi per non vedere.
Norma salva Berlusconi & Co. cosa fatta è
di Olinda Moro
Nella convinzione generale che la legge sulla tenuità del fattopossa finalmente archiviare il furtarello di cioccolata al supermercato (purché non reiterato), in realtà nel silenzio generale è passata la tanto temuta norma "ad personam" o "ad castam".
Diverse riviste di diritto cominciano a far notare che in realtà a beneficiare di questa norma non saranno solo cosiddetti reati "bagatellari" ma anche diversi reati societari, fallimentari e tributari nonché numerosi delitti contro la pubblica amministrazione (falso in bilancio, impedito controllo alla formazione fittizia del capitale, aggiotaggio e ostacolo alla vigilanza pubblica, bancarotta semplice e ricorso abusivo al credito, dichiarazione infedele, omessa dichiarazione, occultamento o distruzione di documenti contabili, omesso versamento di ritenute certificate e di Iva, indebita compensazione, ipotesi non aggravata di sottrazione fraudolenta al pagamento di imposte, peculato d'uso, abuso d'ufficio, rifiuto di atti d'ufficio, percezione di indebite erogazioni a danno dello Stato, corruzione per esercizio della funzione, traffico d'influenze illecite, turbata libertà degli incanti, turbata libertà del procedimento di scelta del contraente, frode nelle pubbliche forniture, finanziamento illecito ai partiti, truffa, alcune fattispecie di falso materiale e ideologico, frode processuale, favoreggiamento, usura impropria, frode in emigrazione, appropriazione indebita ecc). Tutti reati in buona parte documentali e che molto più facilmente sono suscettibili di giungere ad una condanna.
lunedì 6 aprile 2015
Tsipras ricorre a Russia e Cina: la sfida greca cresce
di Ambrose Evans-Pritchard.
Tradotto da ComeDonChisciotte.
Due mesi di bullonerie e rimproveri da parte dell'UE non sono riusciti ad intimidire la Grecia. Sta diventando sempre più chiaro che i paesi creditori [nord-europei] hanno mal giudicato la natura della crisi greca, e non possono più evitare di affrontare la "Forca di Morton" posta di fronte a loro [quando argomenti contraddittori portano alla stessa spiacevole conclusione].
Qualsiasi accordo che vada abbastanza lontano da placare l'afflitta popolazione della Grecia, dovrebbe portare automaticamente oltre quell'austerità che sta sfilacciando il resto dell'Europa Meridionale. Le necessarie concessioni incoraggerebbero la sfida populista in Spagna, Portogallo e Italia, ma porterebbe all'ebollizione l'euroscetticismo tedesco.
Il consenso per l'Unione Monetaria sta venendo pericolosamente meno in Baviera e nella maggior parte della Germania Orientale, nonostante i sondaggi non catturino a pieno la forza delle correnti sotterranee.
Le dimissioni presentate questa settimana dal bavarese Peter Gauweiler, contrario all'estensione del salvataggio della Grecia può, naturalmente, aver contribuito. Costui è sempre stato un nemico dell'UEM. Ma la sua protesta costituisce senza alcun dubbio un colpo di avvertimento alla famiglia politica di Angela Merkel.
domenica 5 aprile 2015
Conoscere la verità, ecco la grande rivoluzione che faremo
Che altro deve succedere perché la mia generazione scenda in piazza e faccia una rivoluzione? E pure basta guardare a tassazione, disoccupazione (in particolare quella giovanile), precariato, il deficit democratico delle istituzioni europee, la violenta politica imperialista dei paesi Nato (Yugoslavia, Afghanistan, Iraq, Libia, Siria, e Ucraina sono le medaglie insanguinate che portiamo al petto) per rendersi conto che la società sta regredendo e l’Europa ha preso una svolta di tipo autoritario sia pure nascosta dagli specchi di istituzioni internazionali paramassoniche al servizio di forze reazionarie; la gente non lo capisce o se ne frega? Spesso sento dire che in Italia non faremo mai una rivoluzione perché siamo un paese di vecchi o perché il 70% degli italiani ha una casa di proprietà o anche perché ci basta guardare il calcio in televisione mangiare un piatto di pasta e fumarci una sigaretta con il caffè.
La verità che è che il malcontento può portare la gente in piazza ma questo non basta a fare una rivoluzione, per quello ci vuole un’organizzazione pronta a succedere all’amministrazione uscente e tanti soldi, come ci ha mostrato il Dipartimento di Stato Americano, fabbrica di tutte le ultime rivoluzioni in giro per il mondo (il Venezuela o l’Ucraina sono esempi perfetti).
La verità che è che il malcontento può portare la gente in piazza ma questo non basta a fare una rivoluzione, per quello ci vuole un’organizzazione pronta a succedere all’amministrazione uscente e tanti soldi, come ci ha mostrato il Dipartimento di Stato Americano, fabbrica di tutte le ultime rivoluzioni in giro per il mondo (il Venezuela o l’Ucraina sono esempi perfetti).
sabato 4 aprile 2015
Il fallimento europeo. Sei lezioni dallo scontro tra Atene e Bruxelles
di Enrico Grazzini
Le trattative tra il governo greco guidato da Alexis Tsipras e l'Eurogruppo, che riunisce i 19 paesi dell'euro con alla testa il governo di Berlino, sono ancora in corso, e l'esito è aperto: tuttavia si possono già trarre alcune lezioni.
La prima lezione è che la Germania è determinata come sempre, e più di sempre, a imporre la sua rigida austerità, e non deflette di un centimetro dalla sua politica. Rivuole tutti i suoi crediti, irresponsabilmente concessi ai paesi in crisi, anche a costo di ammazzare il debitore. Per la Germania la questione greca è però soprattutto politica: se concedesse credito alla Grecia di Tsipras dovrebbe smettere di imporre a tutti i paesi europei la sua folle politica d'austerità: riduzione accelerata del debito pubblico, taglio al welfare e al costo del lavoro, privatizzazioni. L'Europa degli ideali e della cooperazione, della pace tra i popoli è ormai sepolta: esiste solo una Unione Europea che si schiera con le banche creditrici del nord contro i popoli e le nazioni debitrici del sud. L'Europa è ormai solo una questione di crediti e di debiti. Una questione di soldi. Anche la pietà è morta.
Le trattative tra il governo greco guidato da Alexis Tsipras e l'Eurogruppo, che riunisce i 19 paesi dell'euro con alla testa il governo di Berlino, sono ancora in corso, e l'esito è aperto: tuttavia si possono già trarre alcune lezioni.
La prima lezione è che la Germania è determinata come sempre, e più di sempre, a imporre la sua rigida austerità, e non deflette di un centimetro dalla sua politica. Rivuole tutti i suoi crediti, irresponsabilmente concessi ai paesi in crisi, anche a costo di ammazzare il debitore. Per la Germania la questione greca è però soprattutto politica: se concedesse credito alla Grecia di Tsipras dovrebbe smettere di imporre a tutti i paesi europei la sua folle politica d'austerità: riduzione accelerata del debito pubblico, taglio al welfare e al costo del lavoro, privatizzazioni. L'Europa degli ideali e della cooperazione, della pace tra i popoli è ormai sepolta: esiste solo una Unione Europea che si schiera con le banche creditrici del nord contro i popoli e le nazioni debitrici del sud. L'Europa è ormai solo una questione di crediti e di debiti. Una questione di soldi. Anche la pietà è morta.
Dove sono i Sindacati, compresa CGIL, che di fatto firmano il Jobs Act?
di Giorgio Cremaschi
Il contratto del terziario peggiora i due contratti precedenti che la Cgil aveva avuto il coraggio di non sottoscrivere. Si potrebbe fare un elenco di tante piccole e grandi angherie verso i lavoratori che vengono confermate, ma credo basti sottolineare che il lavoro domenicale diventa regola e obbligo. Particolare attenzione è stata poi rivolta alla clausola di flessibilità, che consente all'impresa di obbligare il lavoratore a lavorare 44 ore settimanali per 16 settimane senza neanche pagargli lo straordinario. Con 5 milioni di disoccupati aumentare l'orario di lavoro è proprio una bella sensibilità sociale, ma c'è di peggio.
A livello aziendale o territoriale sarà possibile concordare orari di 48 ore per 24 settimane in un anno. Metà dell'anno si lavorerà con gli orari previsti dalla legge del 1923, senza neppure che sia riconosciuto lo straordinario. La Cgil nel passato si arrabbiò molto con il ministro berlusconiano Sacconi che aveva promosso il regime delle deroghe aziendali ai contratti nazionali. Ora sottoscrive una doppia deroga sugli orari di lavoro, realizzando un altro punto della famosa lettera di Draghi Trichet, che nel 2011 dettarono ciò che si doveva fare in Italia per obbedire alla Troika.
venerdì 3 aprile 2015
Questo piano potrebbe salvare l'Unione Europea. Vale la pena leggerlo
di Yanis Varoufakis
da yanisvaroufakis.eu, traduzione di Faber Fabbris
da yanisvaroufakis.eu, traduzione di Faber Fabbris
Questo discorso è stato tenuto da Yanis Varoufakis al Forum Ambrosetti il 14 marzo 2015.
Marzo 1971. L’Europa si prepara al ‘Nixon Gold Shock’, e comincia a progettare una unione monetaria europea, più vicina al Gold Standard che al sistema di Bretton Woods, ormai al tramonto. È in questo clima che l’economista Nicholas Kaldor, dell’Università di Cambridge, pubblica un articolo su The New Statesman. Cito:
… sarebbe un errore pericoloso credere che un’unione monetaria ed economica possa precedere un’unione politica; o illudersi che l’unione monetaria funzionerà (secondo i termini del rapporto Werner) “da catalizzatore per l’evoluzione dell’unione politica, della quale nel lungo termine non potrà comunque farne a meno”. La creazione di una unione monetaria e di una aurorità comunitaria di controllo sui bilanci nazionali genererà infatti pressioni tali da portare il sistema al collasso; questo condurrà ad una brusca frenata del processo d’integrazione politica, invece di accelerarla.
Purtroppo, il lungimirante avvertimento di Kaldor fu ignorato; si preferì un retorico ottimismo sul tema dell’unione monetaria capace di creare legami più profondi fra le nazioni europee. Anche un’eventuale crisi del settore finanziario (come quella del 2008), avrebbe costretto i dirigenti europei a pervenire all’unione politica, comunque necessaria.
Così, mentre gli Stati Uniti riciclavano i surplus degli altri paesi su scala globale, l’Europa si lanciò nella creazione di una specie di Gold Standard: il risultato fu un ‘muro di capitali’ che alimentò la finanziarizzazione dell’economia americana e un’ondata mondiale di creazione monetaria da parte dei privati – nella quale i francesi e i tedeschi si lanciarono con entusiasmo.
All’interno dell’Eurozona, l’illusione di un rischio calcolato fu rafforzata dalla falsa idea che prestare ad un’istituzione greca o ad una bavarese comportasse più o meno gli stessi rischi (tutta l’unione era basata sul principio di Debiti pubblici totalmente separati e di Sistemi Bancari separati).
Di conseguenza, le bilance commerciali in surplus generarono flussi netti di capitali verso i paesi in deficit, cui seguirono bolle speculative insostenibili nel settore privato e in quello pubblico. Il nostro modello di crescita nell’Eurozona, signore e signori, si basava prevalentemente su un finanziamento delle esportazioni nette dei paesi in surplus fondato sul credito bancario privato.
Di conseguenza, le bilance commerciali in surplus generarono flussi netti di capitali verso i paesi in deficit, cui seguirono bolle speculative insostenibili nel settore privato e in quello pubblico. Il nostro modello di crescita nell’Eurozona, signore e signori, si basava prevalentemente su un finanziamento delle esportazioni nette dei paesi in surplus fondato sul credito bancario privato.
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